Guida Brigata CulturaMi capita spesso di pensare che faccio uno dei lavori più belli al mondo, un lavoro che ha a che fare con la comunicazione, la storia dell’arte e il turismo. Ho il privilegio di accogliere le persone in un museo o in un centro città, ho il piacere di fare didattica con i più piccoli per avvicinarli alle meraviglie dell’arte e del nostro patrimonio culturale. La mia sede di lavoro varia a seconda del servizio che devo soddisfare: può essere un’aula di una scuola, una sala museale o la piazza di un antico borgo.

Il mio lavoro è in continua evoluzione: si studia sempre perché si passa da una mostra all’altra, da un quartiere moderno a un insediamento medievale, dall’italiano alla lingua straniera. Non ho orari prestabiliti e il mio impegno si concentra in determinate stagioni dell’anno: lavoro quasi sempre nei week-end e le richieste aumentano nel periodo primavera/estate. C’è chi mi definisce un “educatore museale”, chi un “accompagnatore turistico” o chi, più semplicemente, una “guida”. Le persone che accolgo durante le mie visite si affidano a me, alle mie conoscenze, seguono i miei tempi e il percorso che decido di tracciare per loro. Sono il volto che i gruppi incontrano quando giungono in visita in un posto nuovo e quello che salutano quando vanno via.

Il mio è un lavoro fatto di sguardi, strette di mano, un ampio bagaglio di conoscenze storico-artistiche e tanta empatia, che è necessaria quando si lavora con un target che va dalla scuola dell’infanzia all’età adulta. Non è sempre facile accettare di lavorare nei week-end e nei giorni di festa, non essere regolarizzati con un contratto di lavoro stabile, non sentirsi tutelati quando i servizi saltano, sentirsi un tassello superfluo nella divulgazione delle meraviglie italiane. Mi sento così ogni volta che ci si dimentica di dare il giusto valore umano e professionale alla mia categoria.

Quando a fine febbraio sono arrivate le prime telefonate relative ai servizi annullati a causa dell’emergenza sanitaria che stiamo attraversando, ho pensato che quello era solo l’inizio di un fermo che avrebbe travolto un’intera categoria di professionisti. Pensare a un museo che chiude le sue porte al pubblico è stato qualcosa di forte e inimmaginabile fino al giorno in cui è accaduto.

Un museo vive attraverso le persone che ne divulgano il patrimonio artistico, così come la storia di un centro turistico ha motivo di esistere se viene tramandata e diventa fonte di insegnamento.

Purtroppo in Italia le “guide” sono sempre ai margini dell’organigramma e questa fase storica che stiamo vivendo ce lo ricorda. La “guida” diventa importante se c’è un gruppo che ha prenotato una visita, ma nessuno si preoccupa di come farà a vivere quella guida nel momento in cui un servizio salterà.

Il coronavirus ci ha obbligato a restare a casa senza una scadenza precisa e questo per noi vuol dire perdere un’intera stagione lavorativa, perché anche quando i musei riapriranno sarà troppo tardi per le scuole organizzare le uscite didattiche e, anche quando tornerà ad essere possibile viaggiare, avremo perso la stagione più ricca dell’anno.

Guida Brigata CulturaUna guida, però, non studia per fare numeri in una mostra o per far arricchire le casse di un museo. Una guida non approfondisce le sue ricerche per fare il tutto esaurito di un viaggio organizzato da un’agenzia o per riempire i tavoli di un ristorante. Tutto questo è soltanto una conseguenza del suo lavoro, se fatto bene e con passione. Una guida ha scelto di lavorare nel suo settore perché ama la storia del suo paese, la collezione di un determinato museo, ama le tradizioni che si tramandano di generazione in generazione, ama i segreti che soltanto le persone del luogo conoscono e li conserva gelosamente, come un bene prezioso da divulgare.

Mi ha sempre stupito come nel lavoro da guida non venga mai riconosciuto il giusto valore economico alla fase di “studio” necessaria per costruire il proprio bagaglio di conoscenze. In altri settori, se c’è un problema e si studiano le varie strategie per risolverlo, lo si fa negli orari di lavoro. Invece una guida deve studiare nei momenti morti, per guadagnare esclusivamente dal servizio quando verrà effettuato. Mi ha sempre meravigliato anche la superficialità con cui spesso si annullino dei servizi, perché questo per una guida significa non avere introito e aver perso magari del tempo per prepararsi per quel lavoro inutilmente. E, infine, mi ha sempre sorpreso come nei musei invece di stabilizzare i propri collaboratori con contratti di lavoro, ci si serva di personale esterno a partita iva, affidando a società altre – o a volontari – i cosiddetti “servizi aggiuntivi”. Tutte queste scelte sbagliate adesso ricadono su un’intera categoria in ginocchio, che non potrà lavorare per un’intera stagione (e speriamo sia solo una!)

Nel mio piccolo, spero che questa parentesi storica possa aiutare a far luce su tutti i problemi che la mia categoria sta attraversando e mi auguro che le porte del turismo e dei musei riaprano presto, perché questo vorrà dire che si potranno ricominciare a fare didattica e divulgazione del nostro straordinario patrimonio culturale attraverso il contatto umano, che è una prerogativa necessaria se si vuole restare nei cuori delle persone.

Se chiudo gli occhi sono ancora ben lucidi gli abbracci che alcuni visitatori mi hanno regalato, i loro sorrisi, i loro ringraziamenti. A volte penso che in realtà io ho scelto questo lavoro solo per loro: per i visitatori che riescono con un semplice “grazie” a ripagarti per tutte le cose che non vanno e che potrebbero essere gestite meglio. E allora non vedo l’ora di conoscerne di nuovi, per accompagnarli nella visita di mostre ancora da programmare, di centri città ancora da studiare, di tradizioni ancora da scoprire.

Alice Petrongolo

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