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1910-1920: pittura futurista e non alla Fondazione Accorsi-Ometto  

Da qualche anno a questa parte la Fondazione Accorsi-Ometto, conosciuta per la sua ricchissima collezione di oggetti di arte decorativa appartenuti al più noto degli antiquari torinesi, riserva piacevolissime sorprese anche per quanto riguarda l’arte contemporanea. Dopo la fortunata esposizione dell’anno scorso dedicata al Divisionismo tra Torino e Milano, quest’anno il museo di via Po 55 ha voluto proseguire il percorso storico-artistico ripartendo da dove la narrazione si era interrotta: gli albori del futurismo.

Nella ricchissima e coloratissima mostra intitolata Dal futurismo al Ritorno all’ordine, l’intento è quello di raccontare, attraverso più di 70 opere, il decennio 1910-1920 offrendo un panorama il più possibile esaustivo sugli stili e sulle tendenze che hanno caratterizzato questi anni. Il periodo in questione viene definito dal sottotitolo stesso come “cruciale”, in modo da sottolineare con forza la peculiarità di un momento storico in cui, abbandonata la pedissequa dipendenza dai modelli accademici, la ricerca espressiva individua soluzioni che possono già essere iscritte nella grande categoria dell’arte contemporanea.

Tale percorso irrompe in maniera rombante con una sezione inziale dedicata al primo grande movimento d’avanguardia italiano, il futurismo. Carrà, Romani, Conti, Soffici e Severini figurano con alcuni splendidi dipinti che raccontano i princìpi e i dettami della corrente futurista, accompagnati da un’interessantissima lettera di Filippo Tommaso Marinetti, efficace espressione del suo tanto celebre paroliberismo. Una menzione particolare meritano Chioma. I capelli di Tina di Luigi Russolo, che con la sua vibrante vivacità cromatica ci rapisce gli occhi e il cuore, e ovviamente il boccioniano Antigrazioso, opera presente anche nella celebre mostra romana del 1913, simbolo di quel dinamismo plastico ispiratosi alle coeve soluzioni cubiste.

La mostra prosegue con un focus sul panorama romano, in particolare con la presenza di alcune dinamiche tele di Balla e di Depero, e due colorate opere di Dottori e Prampolini.

Accanto a queste interpretazioni più attinenti agli obiettivi esposti nei numerosi manifesti programmatici dell’epoca, viene presentata una serie di opere definibili come parafuturiste, in cui l’aderenza teorica si fa più morbida e il legame più allentato. Figurazione, plasticismo e rimandi ai temi sociali sono elementi che traghettano il percorso nella seconda sezione dell’esposizione, dedicata ai Secessionismi. Sotto questa macroetichetta, si sono voluti ricondurre gli eterogenei linguaggi pittorici utilizzati nei medesimi anni dell’avanguardia futurista per offrire un’altra valida (e meno radicale) proposta stilistica e contenutistica. Simbolismo, surrealismo, influenze nordiche e primitivismi sono influenze e tendenze sottese la realizzazione di opere che, rinunciando a quella scomposizione formale tipica dei futuristi, rilevano la realtà in modo più concettuale e spirituale. Tra i numerosi e affascinanti pezzi, oltre alle toccanti litografie di Alberto Martini, precorritrici di soluzioni alla Salvador Dalì, Casorati e Modigliani campeggiano con energia, illustrando ai visitatori la potenza della suggestione dell’arte africana e l’efficacia degli esempi dell’avanguardia francese.

Questa tendenza alla ripresa della rappresentazione della forma, si acuisce maggiormente con l’avvento della prima guerra mondiale, evento tanto acclamato dai pittori futuristi e che paradossalmente, al contrario, sancisce il termine della prima fase di questo movimento. L’ultima sezione della mostra è quindi dedicata al “ritorno all’ordine”, termine con cui si vuole indicare la necessità di ricomporre e ricostruire i volumi e i piani che la foga futurista aveva dissolto, riconquistando la tradizione pittorica locale. De Chirico, Severini, Soffici, Sironi e molti altri tracciano un percorso che, seppur per certi aspetti opposto alle idee di inizio decennio, si configurata come un tassello perfetto di un racconto lineare e fluido, che apre la strada al movimento Novecento della Sarfatti e al pieno recupero della moderna classicità.

Una mostra ricca, completa e affascinante, l’anima contemporaneista di Brigata Cultura sta già fremendo all’idea di raccontarvela!

Sara Vescovo

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